Quando l’emergenza meningite cessa non è importante comunicarlo tempestivamente. Almeno alla scuola materna.

PREMESSA: questo è un post di sfogo, palore scritte velocemente in un momento di rabbia acuta e indirizzate al “vento” del web…perchè almeno il vento, con i suoi silenzi, fa finta di ascoltare invece di dire negare qualsiasi richiesta solo per sostenere una posizione.

Il giorno mercoledì 18 aprile 2012 vado a prendere mio figlio di 3 anni e mezzo all’asilo e mi viene consegnato un biglietto che mi invitava a contattare il pediatra di base per iniziare la “profilassi per presunto caso di meningite meningococcica”.

Contatto la pediatra che mi prescrive l’antibiotico di routine anche per il secondogenito che, anche se di appena due anni (l’antibiotico è molto forte e a numerosi controindicazioni), gioca quotidianamente con il fratello e i sui compagni di classe tutti i pomeriggi. L’indomani, porto il bambino a scuola e mi viene chiesto di firmare un foglio per presa visione del rischio meningite. “Wow, penso, che organizzazione!” e mentre il panico dilaga all’interno della scuola tra mamme apprensive e tentativi di estorsione di informazioni alla coordinatrice scolastica, l’unica sola reazione che si riesce ad ottenere è “fate prendere l’antibiotico ai vostri figli, con queste cose non si scherza!”

Il venerdì vado a prendere il bambino a scuola e all’uscita mi ferma una mamma che mi dice:
– “Visto, si è trattato di un falso allarme.”
– “Non lo sapevo, chi te l’ha detto?”
– “La maestra.”
– “A me non ha detto niente” e intanto la maestra era andata via.
Chiamo la pediatra di base che mi conferma la cessata emergenza e mi prescrive la sospensione dell’antibiotico.

Oggi, lunedì incontro la coordinatrice scolastica e le chiedo gentilmente maggiore puntualità anche nelle comunicazioni di cessata emergenza. Mi risponde, fastidiosamente arrogante, con frasi come: “Anche se lo facessimo ci sarebbe qualcuno che non sarebbe informato e i genitori si lamenterebbero lo stesso”, “ho chiesto stamattina alle mamme che ho incontrato se avevano ricevuto la comunicazione e mi hanno risposto di sì, quindi la comunicazione è efficace”. Alche le rispondo: “Signora, ma le sto chiedendo una cortesia che può migliorare la comunicazione della cessata emergenza, anche perché io ho dato l’antibiotico ad un bambino di due anni!” e lei prontamente mi dice: “questo è un problema del suo pediatra di base che ha sbagliato a darle la prescrizione e la comunicazione puntuale va fatta solo per l’inizio dell’emergenza, non quando l’emergenza cessa. E poi avrei potuto aspettare oggi (lunedì) a chiedere alle maestre di comunicarlo visto che il cessato allarme è arrivato il venerdì alle 14, e non ero obbligata ad agire, e invece l’ho fatto lo stesso. Io ho tre scuole, ho cose più importanti da fare”. Ad un certo punto mi sembrava di parlare con un giradischi incantato e me ne sono andata.

E ora mi chiedo: Ma perché fare le cose a metà? Perché un procedimento che si apre in maniera puntuale e con comunicazione scritta viene chiuso affidandosi al passaparola? Perché una cessata crisi non ha la stessa importanza di un presunto allarme? E soprattutto, perché se qualcuno offre cortesemente un suggerimento per ottimizzare un procedimento mediocre non viene neanche preso in considerazione?

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